Adozione internazionale, un'incontro tra culture

Se proviamo a leggere l’adozione internazionale come un processo in cui avviene una negoziazione di significati tramite artefatti simbolici e semiotici, ci è allora possibile tradurre questo fenomeno come un' interazione fra mondi culturali differenti. La ricerca è stata affrontata mediante l’utilizzo di teorie, visioni e sensibilità vicine alla psicologia interazionista, laddove si considera l’individuo come un costruttore di realtà, capace di creare e agire mediante azioni e semiotica in riferimento al contesto in cui è inserito. Gli artefatti che guidano l’attività cognitiva ed interattiva nel suo dialogo con l' ambiente sono molteplici, il più importante è forse il linguaggio, oltre alla categorizzazione e alla metafora. Nel panorama delle adozioni internazionali, il concetto stesso di famiglia assume la connotazione di costruzione socialmente attesa. Il processo di costruzione identitaria della famiglia adottiva mette a nudo le strategie atte a creare un certo modello di organizzazione familiare, riconosciuto e atteso pubblicamente, che legittimi la categoria famiglia come un dato di fatto, nascondendone il carattere fittizio di artefatto sociale. Il percorso adottivo ha quindi lo scopo di consacrare, in forma di “rito di transizione”, il passaggio dallo status sociale di coppia (nella maggior parte dei casi sterile), allo status di famiglia adottiva come categoria sociale riconosciuta pubblicamente. Il linguaggio, in quanto artefatto per antonomasia, media fra i vissuti emotivi 1 dell’attore e il mondo sociale e comunitario, nel quale avvengono le esperienze conoscitive e di interscambio. Il bambino, protagonista dell’ adozione internazionale, abbandona i suoi vecchi artefatti per aderire ai nuovi, quelli dei genitori, di cui essi stessi si fanno portavoce ed espressione. L’apprendimento della lingua di adozione è quindi un processo molto complesso, dal punto di vista cognitivo, affettivo e sociale. La psicologia culturale studia gli scambi fra le culture, come se avvenissero in spazi di condivisione in cui non esistono delimitazioni rigide, bensì come se si trattasse di un enorme collage in cui la comunicazione può avvenire su delle linee di confine permeabili. Il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze culturali nel bambino adottato, sono estremamente significative nella costruzione dell’identità individuale, familiare e sociale. E' pertanto molto importante essere consapevoli che le differenze culturali vengono comunemente viste ed agite in modo ambivalente: se da un lato può esserci la minimizzazione e la tendenza all’assimilazione categoriale; dall’ altro lato c’è l’accentuazione stereotipata. Gli attori sociali che intervengono nel percorso adottivo. I protagonisti dell'adozione: il bambino e la coppia. “Gli stati che ammettono l’adozione si accertano che l’interesse superiore del fanciullo sia considerazione fondamentale in materia” (Art.21 Convenzione sui diritti del fanciullo New York 20.11.1989). Nell’adozione sia nazionale che internazionale si assiste all’incontro di due parti che da estranee, dal punto di vista biologico e culturale, negoziano un rapporto di genitura/filiazione. Il rapporto fra le parti nasce da due bisogni fondamentali e complementari: per il bambino, ricevere le cure parentali necessarie ad un corretto sviluppo psico-fisico, essere accolto, nutrito, accompagnato in un percorso di crescita ed indipendenza; per i genitori, soddisfare i bisogni di genitura e di completamento del nucleo familiare. Al di là di tutto ciò che diremo in seguito, sia a livello di attori sociali ed associazioni che di normative, rimane che i fondamentali protagonisti sono i 2 componenti del nido affettivo. Il bambino è dichiarato in stato di adottabilità, quando ne è accertata la situazione di abbandono, perché “privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi”. (L.184/83) Il bambino in adozione è dunque stato generato da un' altra coppia che non ha potuto prendersi cura di lui , ha dei legami precedenti, un patrimonio genetico ed una storia che proviene dalla sua famiglia di origine. I criteri discriminanti che rendono un bambino adottabile sono gli stessi che si contrappongono all’immagine di bambino che generalmente una coppia nutre: raramente è neonato, visto che l’accertamento dello stato di abbandono e la verifica che nessun membro del suo nucleo familiare possano prendersi cura di lui richiede tempo; raramente è sano e sereno. I motivi per cui il bambino è dichiarato in stato di abbandono possono essere molteplici: una situazione multi-problematica nella famiglia di origine, in cui i genitori del bambino hanno dovuto, per stato di necessità , allentare i rapporti con lui; una situazione di cambiamento familiare repentino, in cui le famiglie spostandosi da un luogo all’altro, abbandonano il bambino; un abbandono improvviso dovuto a cause di forza maggiore come morte dei genitori; abbandono causato da situazione illegale, come la vendita del figlio a terzi; abbandono ripetuto, a fronte di numerosi fallimenti adottivi, per cui il bambino “rimbalza” da una famiglia ad un istituto più volte. Le motivazioni suddette possono essere sintetizzate da tre passaggi che scandiscono un cammino di mutazione dello stato sociale del bambino (separazione dal nucleo di origine; istituzionalizzazione; abbinamento con una nuova famiglia e cultura). La tipologia dei bambini in adozione internazionale è cambiata in questi ultimi anni, in base al principio di sussidiarietà e residualità. “I minori avviati all’adozione internazionale sono i casi più difficili; non sono solo minori abbandonati, ma soprattutto coloro che nessuno ha voluto nel paese di origine, si tratterà spesso di bambini più grandi, di colore, con problemi di salute”. (Marin M., Vighesso M., 2006) 3 I requisiti normativi a cui le potenziali coppie adottive devono rispondere per poter adottare sono:  Essere coppia unita in matrimonio da almeno tre anni, durante i quali non sia avvenuta o non sussista separazione di fatto;  Qualora i coniugi non fossero sposati da tre anni, è necessario che abbiano convissuto in modo stabile e continuativo, per un periodo complessivo (fra convivenza e matrimonio) pari a tre anni;  La coppia deve risultare idonea dal punto di vista affettivo e capace di educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare. Per assicurasi di tale idoneità , la normativa prevede un percorso di studio e valutazione della coppia con gli operatori dell’equipe adozioni, sulle loro attitudini educative , relazionali e socio- affettive;  L’età degli adottanti deve superare di almeno 18 anni e non più di 45 l’età dell’adottato. Casi eccezionali sono quelli in cui: solo uno dei due coniugi supera il limite massimo , fino a 55 anni in più; i coniugi sono già genitori adottivi o biologici dei quali uno è minorenne; l’adozione riguarda un fratello o una sorella del minore già adottato dagli stessi coniugi. La maggior parte delle coppie che intraprendono il percorso adottivo desiderano realizzare un progetto di genitorialità alternativo a quello biologico, dal momento in cui quest’ultimo si è rivelato inattuabile per vari motivi. La sterilità è il più frequente motivo per cui le coppie decidono di avvicinarsi all’adozione, laddove con sterilità di coppia si intende la situazione in cui i coniugi hanno rapporti liberi finalizzati alla procreazione da almeno due anni, senza però che si instauri una gravidanza. (Di Gianantonio E., 2005; Villa F., 2005 ) Le varie cause di tale fenomeno sono da ricondursi al complesso quadro contestuale, analizzato da molte ricerche demografiche degli ultimi trent’ anni. Tali ricerche rivelano la natura progressiva dei seguenti fattori: importante invecchiamento della popolazione; diminuzione dei matrimoni; aumento dell’età al primo matrimonio; aumento dell’istruzione femminile con conseguente forte ingresso delle donne nel mondo del lavoro; carenza di 4 politiche adeguate di sostegno alla giovane coppia e alla maternità; crollo della natalità. Il fattore più preoccupante è la diminuzione di fecondità, strettamente correlato al nuovo stile di vita della donna, che per garantirsi un’istruzione e un lavoro ritarda, in media, l’età di generazione ai 35-39 anni, ovvero già in avanzato declino delle potenzialità di riproduzione femminile. Le coppie che non riescono a procreare naturalmente e che infine giungono all’adozione, affrontano diversi tipi di iter: alcune si rivolgono all’adozione senza passare dalla PMA; altre vi arrivano dopo un lungo percorso di procreazione assistita; altre ancora decidono di affrontare contemporaneamente entrambi i percorsi. Da una ricerca fatta dall’ equipe adozioni dell’ Ulss 16 di Padova nel 2006, si evince che: le coppie che si rivolgono all’adozione senza passare da tecniche di PMA lo fanno per principi etici, per timore delle conseguenze fisiche e psicologiche, perché sconsigliata dai medici, per preferenza nei confronti dell’adozione, per motivazioni religiose. Relativamente alle coppie che giungono ai servizi dopo aver fatto ricorso a tecniche di PMA fallite, la situazione è ben più complessa. Alla difficoltà di accettazione di un fallimento di progettualità genitoriale, si sommano sofferenze fisiche e psichiche legate ai trattamenti medici riproduttivi. Ci sono infine le coppie che tentano in parallelo entrambi i percorsi, sperando così di “ottimizzare i tempi”. Quest’ ultimo caso è il più complesso per gli operatori, che hanno l’onere di invitare la coppia a scegliere di investire tempo ed energie psicologiche in una sola delle due strade. Scrive la dott.ssa Galli a proposito: “quando la domanda di adozione si sovrappone nel tempo ai trattamenti di PMA, osserviamo a livello mentale una confusione tra le potenzialità procreative, le angosce di fallimento della cura e le fantasie di un bambino procreato da altri..”. D’altra parte, i medici dei centri della fertilità, invitano le coppie a tutt’ altro atteggiamento, generando in esse confusione e stress: il punto 1 dell’ art. 6 della legge 40, obbliga i medici a “prospettare la possibilità di ricorrere a 5 procedure di adozione”. (Galli-Moro, 2007) Gli accompagnatori dei protagonisti: istituzioni pubbliche e private Il servizio pubblico è gestito dalle equipe adozioni distrettuali, dei servizi legati ai consultori familiari. I consultori familiari (istituiti con L.405 del 29 luglio 1975, sono un servizio delle Ulss e agiscono in collegamento ad altri servizi socio- assistenziali), si occupano prevalentemente di funzioni preventive e supportive nel campo della sessualità, gravidanza, rapporti di coppia, tutela minori. Il particolare settore dell’affido e delle adozioni nazionali e internazionali è competenza dell’equipe adozioni dei consultori. Lo staff è composto di psicologi e assistenti sociali ed il compito è quello di accompagnare la famiglia nel percorso adottivo, tutelando il bambino da eventuali altri fallimenti e il nuovo nucleo familiare da disfunzionalità relazionali. L’equipe adozioni svolge principalmente tre funzioni:  informazione e sensibilizzazione della coppia: attraverso un colloquio informativo prima e un corso formativo poi, si instaura un iniziale rapporto fra operatori e coppie. Attraverso tale collaborazione gli operatori forniscono ai coniugi i primi strumenti per poter fare un’ auto-valutazione delle proprie potenzialità e disponibilità di coppia adottante;  studio di coppia: volto ad indagare le competenze educative, relazionali e socio affettive della coppia adottante, tali competenze devono risultare compatibili con le esigenze del bambino in adozione. Alla fine di ogni studio di coppia, viene redatta una relazione psico- sociale da inviare al Tribunale per i Minorenni, che valuterà l’idoneità della coppia;  supporto nel post- adozione: la nuova famiglia viene accompagnata e sostenuta nella costruzione del nuovo nucleo e nel sostegno durante i momenti di particolare criticità (ad esempio nell’inserimento scolastico). (Protocollo operativo Regione Veneto, 2008) Gli enti autorizzati gestiscono il servizio privato nelle adozioni internazionali. “ Un organismo autorizzato deve: 6 a) perseguire solo scopi non lucrativi nelle condizioni e nei limiti fissati dalle autorità competenti dello Stato che concede l’autorizzazione; b) essere diretto e gestito da persone qualificate per la loro integrità morale e per la loro formazione o esperienza di azione nel campo dell’adozione internazionale; c) essere sottoposto alla sorveglianza di autorità competenti dello Stato medesimo, per quanto riguarda la composizione, il funzionamento e la situazione finanziaria” (Articolo 11 della Convenzione dell’Aja). Gli enti autorizzati alle adozioni internazionali, con la legge 476/98 sono stati riconosciuti come i mediatori ufficiali attraverso cui le famiglie possono effettuare i loro progetti adottivi. Prima di tale ufficializzazione erano associazioni di volontariato, spesso originate da genitori adottivi. Per poter operare devono essere dichiarate idonee dalla CAI (commissione adozioni internazionali) e dal governo del paese straniero con cui hanno intenzione di contrattare. Lo staff che compone tali enti è costituito di psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, legali e tecnici esperti in materia di adozioni. Le funzioni che l’ente svolge sono le seguenti: corsi di informazione e sensibilizzazione alle coppie; informazione e sostegno della coppia durante il percorso adottivo, sia prima del conferimento incarico che durante il tempo dell’attesa dell’abbinamento; intermediazione con il paese straniero per effettuare l’adozione; organizzazione dell’ incontro fra i coniugi e il bambino ed entrata del minore in Italia; sostegno e accompagnamento nel periodo successivo all’entrata del bambino in Italia (a seconda della scelta della famiglia di farsi seguire nel post adozione dall’equipe adozioni o dall’ente privato); collaborazione con le equipe adozioni nell’organizzazione di attività e progetti di sostegno alla famiglia adottiva. Il tribunale per i minorenni è un organo che riveste competenze di ambito civile, penale e amministrativo, composto da giudici togati (magistrati) e giudici onorari (esperti del settore socio- psicologico). Nel percorso adottivo internazionale svolge le seguenti funzioni: 7 riceve e protocolla la dichiarazione di disponibilità dei coniugi che desiderano adottare, trasmettendo poi tale dichiarazione (entro 15 giorni dalla sua ricezione) ai servizi dell’ente locale; dispone all’ente locale la necessaria indagine psico-sociale per valutare le competenze genitoriali della potenziale coppia adottante; dopo aver ricevuto la relazione sullo studio psico–sociale, stesa dall’equipe adozione, convoca la coppia in questione per un colloquio con il giudice onorario. Nel caso dell’adozione internazionale, viene emanato un decreto di idoneità, che verrà trasmesso alla CAI; esamina la documentazione relativa all’ingresso dei minori adottati all’estero e , verificate le condizioni (art. 35 e 36 della L.184/1983, dichiara la validità dell’adozione già pronunciata dallo stato straniero e ne ordina la trascrizione nei registri dello stato civile; nel caso di affido preadottivo, decorso l’anno di inserimento in famiglia, segue la pronuncia dell’adozione con ordine di trascrizione, salvo questioni avverse all’interesse del minore. Si rende disponibile nella realizzazione di eventuali iniziative di formazione, concorre alla realizzazione di materiale didattico per i corsi di sensibilizzazione sull’adozione e per le attività nella fase dell’attesa. La Commissione per le Adozioni Internazionali rappresenta in Italia l’autorità centrale prevista dalla convenzione dell’Aja opera dal 2000 ed ha sede presso il dipartimento degli affari sociali. “Ogni stato contraente designa un’ autorità centrale incaricata di soddisfare agli obblighi che le sono imposti dalla convezione” ( Art.6- Convenzione Aja). La CAI ha i seguenti ambiti di competenza: la valutazione degli adottanti e l’ accertamento delle condizioni di regolarità di ogni procedimento di adozione pronunciato dalle autorità del paese straniero; l’autorizzazione all’ingresso dei minori stranieri nel nostro paese; l’autorizzazione e la vigilanza sull’operato degli enti autorizzati; la promozione di iniziative di formazione, informazione e studio sulle tematiche legate all’adozione; la promozione di progetti di cooperazione internazionale e di protezione dei minori, anche attraverso la stipula di accordi bilaterali con i paesi non firmatari 8 della convenzione dell’Aja. La CAI svolge le funzioni di controllo, di mediazione tra gli organi che intervengono nell’iter adottivo, di monitoraggio sugli enti pubblici che essa stessa ha autorizzato come mediatori tra le coppie e i paesi stranieri. Secondo la legge , le regioni e le province autonome, devono operare in modo tale che si costruiscano sul territorio dei rapporti di dialogo e di coordinamento tra i servizi territoriali, tra i servizi socio-sanitari, gli enti autorizzato e i tribunali per i minorenni. Valutano il corretto funzionamento delle strutture e dei servizi che operano sul territorio in modo da garantire un efficiente livello di intervento. Promuovono la definizione di protocolli operativi, convenzioni e forme di collegamento fra gli enti autorizzati, i servizi e il tribunale per i minorenni. (Protocollo operativo del Veneto, 2008) Il contesto sociale nazionale e internazionale. “Solo attuando in pieno il principio di sussidiarietà e sviluppando l’azione di aiuto e sostegno in loco dei bambini in difficoltà da parte degli Stati che recepiscono bambini da adottare, si eviterà di realizzare nel settore minorile un nuovo colonialismo ancora più inaccettabile e spregevole di quello del passato, perché tendente a sfruttare i bambini e la miseria di tante famiglie solo per appagare i desideri degli adulti economicamente provveduti, delle nazioni cosiddette sviluppate” (A. C. Moro, 2006 ). Il termine anglosassone utilizzato per definire l’adozione internazionale è “intercountry adoption”, ovvero adozione fra paesi, espressione che rivela un fenomeno studiabile da più punti di vista: da quello giuridico del diritto internazionale privato a quello dei rapporti economici, sociali, politici fra i paesi di origine e i paesi di accoglienza. Sul piano giuridico i due paesi possono dialogare partendo dagli stessi presupposti: entrambi sono Stati sovrani e in quanto tali, liberi di istituire le proprie norme giuridiche interne; a partire dalle norme giuridiche cercheranno il miglior modo perché le rispettive regole sull’adozione possano incontrarsi e coordinarsi alla luce del diritto internazionale privato. 9 Sul piano socio-economico viene meno la presupposta parità fra i due paesi: solitamente il flusso di bambini in adozione si muove nel senso contrario a quello della globalizzazione, ovvero si tratta di un “resto del mondo che si muove verso l’occidente industrializzato”. Che ci sia una notevole disparità nella distribuzione delle risorse economiche è un dato di fatto che fa sentire i “paesi del primo mondo” in diritto di pretendere ciò di cui ha bisogno (i bambini in adozione) in cambio di “aiuti finanziari ” che spesso provocano danni profondi alla dinamica di un sistema che si sta muovendo in modo diverso. Nei paesi in cui è forte il disagio sociale, correlato alla difficoltà economica, c’ è anche un maggior numero di abbandoni di minori. Al tempo stesso nei pochi paesi che godono di un fiorente stato socio-economico, c’è anche una forte denatalità e sterilità, in quanto la maggior parte della popolazione dedica gran parte della vita alla carriera professionale. Alla luce dei “punti di forza e debolezza” che emergono nella negoziazione economica della genitorialità, due bisogni apparentemente incompatibili (quello economico da una parte, quello di genitorialità dall’altra) danno adito ad una perversa logica in cui il bambino e i suoi diritti diventano oggetto di un doppio sfruttamento, tanto sul piano privato, quanto su quello pubblico. Sul piano privato, il bambino può diventare oggetto di illecite contrattazioni fra aspiranti genitori ed associazioni o intermediari corrotti. Sul piano pubblico, i governi dei paesi di origine e di accoglienza possono utilizzare i bambini come risorse da utilizzare quali merci economiche di scambio per mediare i rapporti politici. Sta a questo punto al singolo Paese o alla comunità, frenare tale perversa mercificazione di diritti, pena la facile violazione di ciò che anima la Convenzione dell’ Aja. (S.R. Pythoud, 2007) L’ adozione internazionale inizialmente si è configurata come una risposta salvifica dell’ Occidente nei confronti dei bambini dei paesi terzi, in difficoltà a causa di conflitti armati, catastrofi ambientali, crisi e sconvolgimenti politico- sociali. Il carattere globale dell’ adozione è caratterizzato dalla diseguaglianza nei 10 rapporti di potere (tra i paesi di origine e di adozione, fra genitori biologici e adottivi, fra entrambi questi ultimi e gli intermediari); alla luce di quanto detto è interessante riflettere su quanto i paesi industrializzati con i loro nuovi bisogni abbiano contribuito a creare tale clima. Proprio negli anni Ottanta, quando si stavano affermando (nei paesi occidentali) ideologie, politiche e filosofie associate al “libero mercato”, si verificava un forte aumento nelle domande di adozione. Perché tale incremento proprio in questo periodo? -Da un lato ebbero un modesto seguito le suggestioni salvifiche dell’Occidente che sempre più convinto di vivere nel miglior mondo possibile, il liberal democratico, avanzava l’ ipotesi etnocentrica che fosse anche il migliore assoluto nei termini di luogo in cui far crescere un bambino. D’ altra parte la moderna visione della circolazione dei beni ha contribuito a piegare il transito dei bambini alle nuove regole del mercato: si registrò un incremento nell’attività delle agenzie intermediarie soprattutto con le coppie aspiranti all’adozione che mettevano a disposizione un lauto ricompenso. L’adozione internazionale degli ultimi venti anni rispecchia come fosse un microcosmo gli eccessi della globalizzazione del mercato, dalla priorità assoluta di lucro, all’ assenza di scelta dei più deboli.(R. Di Silvio, 2008; D.Davis, 1995) Il percorso adottivo E’ fondamentale che le coppie aspiranti all’adozione conoscano l’iter procedurale, sia amministrativo che giuridico, a cui vanno incontro per vivere in modo sereno e consapevole un complesso percorso che altrimenti potrebbe essere sentito come estraneo e minaccioso. L’ informazione fa sì che la coppia possa vivere le varie fasi e il tempo che intercorre tra un momento e l’altro, come occasione di rielaborazione e maturazione della propria scelta. (Paradiso,2006) La genitorialità adottiva a differenza di quella biologica è un fenomeno sociale, che perché si concretizzi deve passare attraverso un riconoscimento pubblico. Prima dell’emanazione delle leggi 184/1983 e 476/1998 le coppie aspiranti 11 presentavano una domanda all’ adozione, che poi si è convertita in disponibilità all’adozione. La domanda nasce da un bisogno, mentre la disponibilità, in via di principio, nasce da un desiderio che si apre ad un percorso di elaborazione e preparazione ad accogliere un bambino con i suoi bisogni. (Paradiso, 2006) Nella maggior parte de Paesi di provenienza, la procedura di adozione viene realizzata attraverso due fasi, quella amministrativa ( che comprende tutte le operazioni di ricerca, selezione, studio, relazione, abbinamento, preparazione psico-sociale del procedimento giuridico) e quella giudiziale affidata ai tribunali specifici che danno forma giudiziale all’adozione stessa. Di seguito si illustrano le fasi del percorso adottivo, con particolare attenzione all’adozione internazionale, seguendo il particolare caso della Regione Veneto, di cui il Protocollo Operativo emanato il 6 maggio 2008. Il primo colloquio fra la coppia aspirante all’adozione e l’operatore dell’Equipe adozioni (di solito l’assistente sociale) del territorio di riferimento, sancisce l’inizio di un percorso, è in questa occasione che vengono date le prime informazioni di base. Queste informazioni riguardano i tempi e i modi dell’iter adottivo, sia i significati legati alla scelta adottiva. Durante lo stesso incontro, si invitano gli aspiranti genitori a partecipare ai corsi formazione- informazione tenuti dall’ Equipe Adozioni dell’ Ulss di residenza. Al gruppo partecipano di solito tra le 9 e le 11 coppie, due conduttori e due osservatori che si riuniscono per 3 incontri di 4 ore l’uno. Il ruolo dei conduttori è quello di: fornire alle coppie informazioni specifiche sul percorso adottivo e sulle figure professionali che interverranno nelle diverse fasi; rispondere in modo specifico ed esauriente alle possibili domande a livello giuridico, sociale e psicologico; aiutare i partecipanti a riflettere sulle problematicità cui possono incorrere nell’iter, sia come singoli che come coppia. L’obiettivo principale degli incontri formativi è quello di invitare e incitare gli aspiranti adottanti a riflettere sui luoghi comuni che ruotano attorno all’idea di adozione, in modo da accompagnarli nel passaggio dal bisogno di soddisfare un desiderio di genitorialità alla disponibilità a riconoscere un bambino con i suoi bisogni. 12 Le tematiche che generalmente vengono toccate, suddivise solitamente per aree tematiche fra un incontro e l’altro sono le seguenti: il percorso adottivo e la legislazione vigente attualmente; la differenza fra genitorialità biologica ed adottiva; la differenza fra bambino abbandonato e bambino adottabile; i tempi dell’iter, sia dalla parte del bambino che dell’adulto; il bambino adottato come persona che sradicata dal proprio contesto porta con sé una storia, una cultura, un’ origine, un nome; dal bambino desiderato, al bambino immaginario, al bambino reale; l’inserimento del bambino in un nuovo contesto sociale e le relative problematiche, quali pregiudizio, differenze somatiche. Oltre al valore delle tematiche affrontate è importante concedere alle coppie uno spazio di pensiero di gruppo, in cui possano empaticamente condividere i loro vissuti passati e progetti futuri. Nel caso in cui la coppia sia interessata all’adozione internazionale, deve partecipare ad un secondo corso realizzato dagli Enti Autorizzati, in questo caso deciderà in base ai Paesi n cui lavorano gli enti e al servizio che offrono. La coppia che intende adottare, in possesso dei requisiti stabiliti dalla legislazione, deve presentare la dichiarazione di disponibilità con i documenti necessari (certificato di nascita, di matrimonio, di residenza, di idoneità psicofisica, di stato di famiglia) al Tribunale per i Minorenni. Il Tribunale una volta ricevuta ed esaminata la dichiarazione, ne invierà entro 15 giorni una copia al servizio territoriale, che provvederà ad avviare uno studio psico-sociale della famiglia. Il Servizio pubblico del territorio, su ordinanza del Tribunale per i Minorenni, avvia lo studio psico-sociale delle coppie che si dichiarano disponibili ad adottare, con l’obiettivo di acquisire “ elementi sulla situazione personale , familiare e sanitaria degli aspiranti genitori adottivi, sul loro ambiente sociale, sulle motivazioni che le determinano, sulla loro attitudine a farsi carico dell’ adozione, sulla loro capacità di rispondere in modo adeguato alle esigenze di più minori o di uno solo, sulle eventuali caratteristiche particolari dei minori che essi sarebbero in grado di accogliere, nonché acquisizione di ogni altro elemento utile per la valutazione da parte del Tribunale per i Minorenni della 13 loro idoneità all’adozione” (art.29 bis L.184/ 83 e modifiche seguenti). Con tale studio gli operatori analizzano lo stato attuale della coppia, attraverso un lavoro complesso e poliedrico che presuppone una disponibilità ad offrire agli adulti richiedenti, uno spazio mentale accogliente sia dal punto di vista emotivo che relazionale. Assistente sociale e psicologo sono coinvolti in un doppio lavoro, da un lato contengono la sofferenza degli aspiranti genitori, dall’altro ne valutano risorse e limiti. Lo studio di coppia si pone come una risorsa anche per la famiglia aspirante all’adozione, che ha la possibilità di rivisitare la propria storia individuale , di coppia e parentale, potendo individuarne elementi salienti da approfondire o elaborare. E’ anche un modo per individuare la predisposizione alla genitorialità, alla capacità di adattamento e al cambiamento, ma anche per identificare eventuali debolezze che possono trasformasi in rilevanti difficoltà nel rapporto con un figlio. Si elencano di seguito, in modo sintetico, le aree di indagine che vengono affrontate durante lo studio psico-sociale : Le motivazioni all’adozione: iniziare lo studio di coppia partendo dal punto focale che ha indotto la coppia al servizio (si ricordi che è una valutazione cui devono sottoporsi obbligatoriamente se vogliono adottare), permette di condividere l’interesse principale oltreché rimandare il racconto della storia personale ad un momento di maggiore disponibilità emotiva. La storia personale e di coppia: tale lavoro di rivisitazione biografica aiuta a comprendere le caratteristiche del ciclo di vita, le capacità di introspezione, gli stili relazionali e genitoriali che pensano di riproporre o cambiare, nel fantasticarsi genitori di un bambino. L’infertilità, le indagini diagnostiche, i tentativi di cura e le loro ripercussioni: è necessario evidenziare attraverso tale indagine, in quale spazio mentale andrà ad inserirsi un “bambino procreato da altri”, che non è neonato e che è passato dall’adozione, dal punto di vista familiare, sociale, giuridico. La situazione attuale della famiglia e lo stile di vita: l’osservazione 14 dell’interazione di coppia permette di rilevare il supporto reciproco che i coniugi si offrono, gli stili educativi differenziati o meno, le rispettive motivazioni. Fantasie e timori riguardanti la storia e la famiglia di origine del bambino: le tematiche relative alla storia del bambino sono spesso dolorose e costellate da eventi spiacevoli, la capacità dell’adulto dovrà essere quella di accogliere la sofferenza del minore ed integrare le origini. Qualità della vita dei coniugi: Tale area fa riferimento sia alla salute, che alla situazione lavorativa e stabilità economica,che devono essere tali da garantire un percorso di crescita sereno ed equilibrato ad un bambino che ha la specifica necessità di avere di fianco un adulto in modo continuativo. L’ alloggio e l’ambiente circostante: attraverso la visita domiciliare effettuata dall’assistente sociale, si può considerare insieme alla coppia se gli spazi dell’abitazione siano idonei ad ospitare un bambino con particolari necessità , oppure se saranno pronti ad affrontare dei cambiamenti. Al termine dello studio di coppia viene stilata una relazione riassuntiva che verrà inviata al Tribunale per i Minorenni, il quale inviterà la coppia per un colloquio con un giudice onorario, in modo da completare la relazione con ulteriori informazioni. Al termine del colloquio il Tribunale deciderà se dare o meno l’idoneità alla coppia. Dopo aver ricevuto il decreto di idoneità, la famiglia che voglia affrontare un percorso di adozione internazionale, ha un anno di tempo per conferire l’ incarico ad un Ente Autorizzato, liberalmente scelto, per farsi accompagnare. E’ importante che la famiglia si rivolga all’Ente con cui si sente maggiormente in sintonia, vista la differenza nella modalità operativa, nei diversi Paesi in cui lavorano e nella storia pregressa. La coppia sceglierà a questo punto il paese di provenienza del bambino e sarà poi dell’Ente il compito di organizzare il viaggio, dopo l’abbinamento. La fase successiva è quella dell’attesa, è difficile specificare un periodo di tempo che è variabile e poco prevedibile. Il fatto che la coppia riceva l’idoneità con indica con certezza che l’adozione si realizzi, che questo avvenga dipende 15 anche da altri fattori: la legislazione del paese di provenienza che può reputare non idonea la coppia ( è il caso ad esempio del Marocco che non prevede l’ adozione, ma la Kafala, un’ istituzione secondo cui i bambini possono essere affidati esclusivamente a famiglie di religione Musulmana); mutamenti sociali, economici e politici nei paesi di origine;.. Il periodo dell’attesa è connotato da una notevole difficoltà anche a livello emotivo. In questa fase del percorso la coppia può sentirsi sola e carica di incertezze, visto che il momento è carico di attese , fantasie , ma anche di ansie. ( “Guida per un’adozione consapevole”, Regione del Veneto. Protocollo operativo Regione Veneto, 2008) Nell’ adozione internazionale l’incontro fra la coppia e il bambino avviene nel paese di origine di quest’ultimo, con modalità e tempi differenti a seconda della legislazione dello Stato. E’ importante che la famiglia si rechi nel Paese di origine anche per meglio capire la cultura del bambino, l’ambiente in cui è nato e cresciuto. Una volta rientrata in Italia, la famiglia può decidere se farsi seguire dal punto di vista psico-sociale nel post adozione dall’ Equipe adozioni o dall’Ente autorizzato per farsi accompagnare in una soddisfacente integrazione nel contesto sociale, fermo restando che il servizio pubblico vigila sulla famiglia obbligatoriamente, durante il primo anno di adozione. Il momento del primo incontro fra genitori e figlio avviene nel Paese di origine, che a seconda della Legislazione interna chiede alla famiglia di permanere dai pochi giorni ad alcuni mesi prima di rientrare nel Paese di adozione, altri Paesi chiedono alle famiglie di incontrarsi una prima volta per la conoscenza, per poi separarsi e ricongiungersi dopo un determinato periodo. Tale prassi scatena una complessità di reazioni psicologiche sia nel bambino (che viene da un passato di abbandono, di allontanamento o di lutto familiare e può vivere la nuova situazione caricandola di passate emozioni, con il timore che si realizzi un nuovo abbandono), che nei genitori (dove l’incontro primo, si fa carico 16 dell’immaginario di genitorialità, fallimento procreativo, attese lunghe e ansiose). Spesso, il bambino tanto desiderato e immaginato, è molto lontano da quello reale, tali difficoltà emergono soprattutto nel primo periodo di adozione, in cui si rende necessario un forte sostegno psicologico e sociale. Per fronteggiare questo bisogno diffuso, che si relaziona alle richieste di monitoraggio sullo stato del bambino, da parte del Paese di origine, le Equipe adozioni hanno trovato il giusto compromesso di organizzare degli spazi di gruppo che accolgano dalle otto alle dieci coppie con i relativi bambini. Il monitoraggio dei servizi non deve però protrarsi troppo a lungo, una volta passato il periodo iniziale, è giusto che la famiglia abbia la propria riservatezza per sentirsi un nucleo normale. Una volta che l’adozione è stata riconosciuta dal paese di accoglienza il bambino diventa beneficiario del sistema di protezione offerto da questo Stato a tutti i bambini del suo territorio. E’ necessario comunque ricordare che il successo dell’adozione sta nelle fasi precedenti all’arrivo del bambino in Italia. Un buon servizio di prevenzione e di preparazione presenta molti meno rischi di fallimento adottivo, pertanto è fondamentale che siano seguite accuratamente le seguenti fasi: lo studio sul bambino e sulla sua famiglia di origine; lo studio sulla capacità adottiva dei candidati; un buon abbinamento; una buona preparazione per il bambino e per i coniugi a diventare famiglia adottiva. Il concetto di cultura, cenni storici La storia del concetto di cultura evidenzia le diverse accezioni che il termine ha sposato, a partire dalla prospettiva del romanticismo tedesco di Johan Gottfried von Herder, fino a quella della psicologia culturale. Herder contrapponeva il concetto di kultur a quello di zivilization: laddove il primo termine (kultur deriva dal latino colere, nel senso di coltivare la terra) faceva riferimento agli aspetti “psicologici” della società, quali i valori condivisi, il linguaggio, i simboli; il secondo designava i beni materiali, gli aspetti esteriori e ripetitivi, i valori individuali. 17 La contrapposizione fra Zivilization e Kultur riflette molte opposizioni binarie, quali esteriorità contro interiorità, superficialità contro profondità, progresso lineare contro sviluppo organico, individualismo contro collettivismo. A partire dagli anni venti e trenta, con l’avvento del nazionalismo tedesco e della cultura di massa statunitense, la “cultura” assunse le caratteristiche negative della zivilization, la superficialità, l’omogeneità, la ripetibilità. Il senso del termine cultura come lo usiamo oggi, dipende dal significato che ad esso diedero gli antropologi sociali come Bronislaw Malinowski, Franz Boas, Margaret Mead. Essi lo usarono per indicare l'insieme delle pratiche di costruzione del significato in vigore all'interno di un sistema sociale. Questa nuova accezione supera l'opposizione tra Kultur e Zivilization, mantenendo però l'identificazione della cultura con l'identità di un popolo. Nella letteratura antropologica, all'inizio la cultura era soprattutto qualcosa che interessava i popoli primitivi e le società ''altre'', ma non chi li studiava e li governava. In seguito tale termine venne applicato anche alle società occidentali, ma conservando la credenza che il mondo occidentale fosse più avanzato rispetto agli altri, non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello morale, cognitivo e politico.( Mantovani, 2004) Il senso di superiorità che emerge dall’uso strumentalizzato del concetto di cultura applicato alla realtà occidentale, è il frutto di attuali e passate diseguaglianze di potere. Tale senso di superiorità, tuttavia è così comune da essere per molti un concetto ovvio. Shweder, racconta a tal proposito di una conversazione intrattenutasi con l’antropologa Margaret Mead, la quale rispondendo ad una domanda che le chiedeva quale fosse il posto migliore in cui far crescere un ragazzo o una ragazza, ella affermò che se esiste un posto al mondo in cui sia assicurata la migliore educazione scolastica possibile, questo è dato dagli Stati Uniti. Nonostante l’affermazione possa sembrare giusta dal punto di vista di alcuni parametri, è indubbio che si tratti di un’ affermazione etnocentrica. Lo stesso Shweder commenta: “Non so come Margaret Mead risponderebbe allastessa domanda oggi, trent' anni dopo. Mentre entriamo nel ventunesimo 18 secolo leimmagini della realtà e gli ideali proposti dal movimento delle donne non sono né omogenei né unitari, e l' idea stessa di che cosa significhi crescere da americana è moltocontestato da vari punti di vista: religiosi, razziali ed etnici. Ma so come risponderei io: non c' è un posto particolare in cui è meglio crescere, che tu sia una ragazza o un ragazzo non fa differenza. Ma un posto davvero buono è qualsiasi posto in cui impari che non c' è un posto migliore degli altri per crescere, che tu sia una ragazza o un ragazzo” (Shweder, 2003) . La visione interculturale contrappone ad una visione reificata della cultura, dell’identità e dell’appartenenza, una visione aperta e di scambio. “Il regno della cultura è interamente distribuito lungo le frontiere. Le frontiere sono dappertutto, attraversano ogni suo aspetto. Ogni atto culturale vive essenzialmente sulle frontiere. Se viene separato da esse diventa vuoto e arrogante, degenera e muore”. (Bachtin,1981) Secondo Benhabib una qualsiasi analisi della cultura deve sempre distinguere se si stia facendo riferimento al punto di vista dell’ osservatore sociale o a quello dell’agente sociale: la prospettiva esterna, di chi osserva, è per definizione tendente a dare unità, coerenza e significato all’oggetto, in modo da poterlo comprendere e categorizzare; un punto di vista interno sperimenta riti e simboli attraverso narrazioni condivise, contestate e negoziabili. Pertanto, “dal di dentro, una cultura non appare come un tutto compatto, ma è piuttosto un orizzonte che si allontana ogni volta che ci si avvicina ad esso”. (Benhabib, 2002) La concezione multiculturale della cultura parte da presupposti opposti a quelli appena enunciati: la cultura è una cosa (da cui il concetto di “cultura reificata”) tipica di un definito e delimitato gruppo di persone ; il gruppo è caratterizzato da omogeneità al suo interno e differenza con l’esterno, i confini sono impermeabili di modo che non sia possibile una contaminazione con elementi che provengano da fuori. La comunità di persone, vista alla luce di tale concezione è chiusa a qualsiasi cambiamento, innovazione e iniziativa individuale, limitando così anche la 19 responsabilità di chi ne fa parte. (Rouse 2002) Oggi, le necessità di molti, di poter tracciare delle linee di demarcazione fra una “comunità” e l’altra, sono estremamente complicate da realizzare, sia perché è difficile capire dove si trovi il confine, sia perché rappresenta una strategia politica e sociale errata. Secondo l’antropologo Clifford Geertz viviamo in uno spazio in cui vivono "dei 'noi' particolari in mezzo a dei particolari 'loro', e dei 'loro' tra di 'noi' ", questa visione è descritta metaforicamente, dallo stesso autore come un “gigantesco collage” in cui è necessario saperne riconoscere gli elementi costitutivi ed accettarne anche le parti che non si è in grado di condividere. Riconoscere gli elementi che caratterizzano il collage significa capirli e comprenderli nonostante la “non condivisione di valori e simboli”, solo in questo modo ci può essere una accettazione dell’altro che prescinda da un’ assimilazione (Geertz, 1994). Il rischio di vedere le culture come se fossero dei marchi di identità è quello di reificare e peccare di etnocentrismo, accentuando le diversità fra i gruppi e le omogeneità interne, rendendo quindi più difficile la comunicazione e lo scambio. Al contrario se le culture vengono viste come “costruzioni narrative realizzate in modi diversi da attori sociali diversi”, si può comprendere che non esistono barriere di separazione , ma confini sui quali gli attori sociali possano negoziare i propri significati. Alla luce di quanto detto, anche la globalizzazione, intesa come fenomeno di diffusione dell’ Occidente e di omologazione del resto del mondo, può essere formulata in altro modo: un gioco di forze continuo fra integrazione e differenziazione che crea sempre nuove configurazioni in divenire. (Mantovani, 2004) E’ interessante notare a tal proposito la reazione di Levi- Strauss al fenomeno della globalizzazione, che egli definiva la causa dell’omologazione planetaria e dell’ eccessivo ravvicinamento. Lo stesso autore invitava a “dubitare con saggezza, magari con malinconia, dell’avvento di un mondo in cui le culture, colte da passione reciproca, non aspirassero più che a celebrarsi a vicenda, in una confusione in cui ciascuna perderebbe il fascino che poteva avere per le 20 altre e per le sue proprie ragioni d’esistenza” (Lèvi Strauss, 1984). Levi Strauss paragonava le culture a treni che circolano in direzioni e velocità diverse, ognuno sui suoi binari, tale formulazione della cultura è simile a un paradigma meccanicista della fisica, dove gli elementi di studio non sono altro che corpi solidi, compatti e isolati, in movimento nello spazio. In realtà la globalizzazione non coincide affatto all’omologazione, come constata la moderna ricerca antropologica, il nostro mondo multipolare non è caratterizzato da una macro-cultura o da macro-religioni, bensì da religioni e culture in conflitto fra loro. D’altra parte, un modello che rappresenta le culture come sistemi chiusi e rigidi evidenzia già il pericolo che queste si possano scontrare. (Hannerz, 2001) L’antropologo Geertz proponendo un modello di cultura- collage, invita a non scegliere fra un cosmopolitismo privo di contenuti e un provincialismo senza lacerazioni, le realtà sono infatti permeabili e sovrapponbili. Parlare di culture come solidi in movimento rischia di semplificare eccessivamente la realtà e le società, in cui è noto che le “appartenenze culturali” sono complesse, molteplici e contraddittorie, dunque tutt’altro che sempre uguali a se stesse. Le culture, in quanto prodotti storici, si sovrappongono e condividono, grazie a radici comuni o a prestiti reciproci. (Venturelli, 2002) . Cultura e psicologia L’ oggetto di studio della psicologia tradizionale è la mente della persona, intesa come un unico e delimitato universo motivazionale e cognitivo, capace di consapevolezza, emotività, giudizio e azione, più o meno integrato al suo interno, organizzato come un centro indipendente che si pone a confronto e a contrasto con il suo sfondo sociale e naturale. Le menti vengono concepite come delle scatole chiuse e così anche le persone assumono tale coscienza di se stesse, esseri unici, indipendenti delimitati nel tempo e nello spazio. (Geertz, 1984) Se la psicologia tradizionale si è raramente interessata a ciò che sta fuori dalla mente, al contrario la psicologia culturale considera l’individuo come un essere 21 funzionante all’interno di un contesto che lo produce fisicamente, cognitivamente, emozionalmente e moralmente. Per la psicologia tradizionale la conoscenza risiede nella “psiche” e pone su di essa una enfasi tale che si rischia di perdere di vista le dinamiche e i processi con cui gli individui si relazionano con l’ambiente. Per la psicologia culturale la conoscenza non risiede solo “dentro” la mente, ma anche “fuori”, in qualità di conoscenza distribuita sia nell’ambiente fisico che nell’ambiente sociale : le persone non sono considerate isolate, bensì attive e consapevoli nella società in cui vivono e apprendono pratiche dell’interazione sociale e l’utilizzo di oggetti costruiti da altri membri. (Mantovani, 2004) Cronologicamente, il primo contributo alla psicologia arrivò da Wilhelm Wundt che nel suo Volkerpsychologie (1890/1920) contrapponeva ad una psicologia naturalistica e sperimentale che studia la mente, una psicologia popolare e descrittiva che studia i prodotti culturali. I successivi studi di impronta antropologico- etnografica si basavano sullo studio delle differenze intellettive o percettive fra gli “occidentali” ed alcune “popolazioni indigene”. Un importante contributo alla psicologia culturale arrivò dalla scuola culturale sovietica vygotskiana: il costrutto centrale diceva che lo sviluppo delle funzioni psichiche superiori dipende da variabili storiche e culturali e che non esistono processi psicologici indipendenti dalla mediazione esercitata dalla cultura. In quest’ ottica risulta quindi impossibile un’ analisi individuale , in quanto si rischia di sottovalutare il processo di interazione sociale e di condivisione di significato attraverso il quale è possibile spiegare e descrivere il comportamento degli individui all’ interno dei contesti sociali. L’analisi del processo di integrazione sociale , secondo Vygotskij, deve essere centrata sul ruolo del linguaggio e sul processo di simbolizzazione e condivisione dei significati collettivi. Secondo Vygotskij , il linguaggio è sociale sia come il prodotto dell’ interazione tra gli attori e sia come strumento di mediazione culturale dello sviluppo delle funzioni cognitive. (Vygotskij, 1978) In linea con i principi vygostkiani, anche Cole parte dal presupposto che tutti i processi psichici emergono dalle attività pratiche culturalmente mediate. 22 Secondo Cole, i principi fondamentali della psicologia culturale sono costituiti intorno a tre concetti chiave: la mediazione tramite gli artefatti, lo sviluppo storico e l’attività pratica. Cole si spostò dalla psicologia cross- culturale che aveva come unico obiettivo quello di identificare leggi comportamentali che potessero, in modo predittivo, fornire termini di paragone fra differenti popolazioni. Avvicinandosi alla prospettiva della scuola vygotskiana, Cole elencò alcuni capisaldi necessari per la psicologia culturale:  l’azione è mediata all’interno del contesto;  l’analisi dell’essere umano nel suo contesto deve essere basata sugli eventi quotidiani;  quella che noi chiamiamo “mente” non appartiene al singolo individuo, ma è una costruzione socio- culturale: essa è il risultato di processi di interazione tra persone;  le persone sono “agenti attivi” delle loro azioni;  la psicologia culturale rigetta l’adozione di relazioni causa- effetto e stimolo-risposta, come modello scientifico per “penetrare” la natura umana, rimpiazzandole con una scienza che “ponga in rilievo la natura emergente della mente nell’attività e che riconosca un ruolo centrale all’interpretazione all’interno della propria struttura esplicativa”;  la psicologia culturale deve attingere i suoi strumenti sia dalle discipline classiche, sia dalle scienze sociali e biologiche. (Cole, 1996) Un altro importante contributo alla psicologia culturale è sicuramente quello di Bruner. Per l’autore la cultura è quel sistema di strumenti volti all’attribuzione di significati, che permette agli individui di comunicare, perpetuare e sviluppare la loro conoscenza e i loro atteggiamenti verso la vita. Bruner quindi evidenzia la circolarità dinamica fra mente e cultura, di conseguenza mentre l’uomo costruisce il proprio sé, interiorizzando i simboli del sistema culturale, contemporaneamente contribuisce alla modificazione della stessa cultura attraverso il proprio intervento interpretativo. D’ accordo con Vygotskij, identifica nel linguaggio ed in particolare nella narrazione, il mezzo simbolico per 23 eccellenza attraverso cui gli individui comunicano e interagiscono. Il significato simbolico dipende dalla capacità umana di interiorizzare un tale linguaggio e di usare il suo sistema si segni come un interpretante nella relazione rappresentativa. (Bruner, 1990) A partire dalla seconda metà nel novecento si sviluppò la psicologia cross- culturale che partiva dal presupposto ecologico che i fattori ambientali avessero un’ influenza diretta sulla percezione degli individui. L’ ambito di ricerca della psicologia cross- culturale si spostò poi alla differenza della percezione del sé nelle diverse culture, per realizzare tali studi i ricercatori utilizzavano metodologie e strumenti standardizzati che universalizzavano i principi della psicologia, pur radicando la ricerca a contesti culturali specifici. ( Mantovani, 2004) La psicologia cross culturale pone l’accento sulle differenze interculturali ad un livello esclusivamente quantitativo: le culture organizzano le loro esperienze ed azioni nel solito modo, la differenza sta solo nel fatto che i membri delle diverse culture pongono l’accento su un elemento piuttosto che su un altro. La psicologia cultuale che si sviluppa dai presupposti sopra citati di Vygotskij, Cole, Bruner, guarda al contesto sociale e all’interno di questo colloca l’individuo che viene indagato con metodologie qualitative nel suo agire quotidiano. Le ricerche qualitative hanno lo scopo di rilevare come gli individui operino significativamente mediante narrazioni, conversazioni, discorsi e rituali simbolici. Secondo la psicologia culturale i luoghi dell’apprendimento e della partecipazione sono le comunità di pratiche , termine coniato alla fine degli anni ottanta del secolo scorso da Etienne Wenger e Jean Lave. Gli autori mettono in evidenzia il fatto che l’apprendimento graduale di una competenza esperta si basa su un processo sociale di partecipazione ad una pratica che configura una complessità di relazioni tra i membri del gruppo, i membri e la pratica, i membri e la cultura del gruppo. Il percorso dell’apprendista che entra in una comunità di pratiche, somiglia ad un viaggio sociale in cui l’apprendimento di nuove informazioni e competenze 24 passa attraverso la partecipazione pratica alla comunità di cui l’apprendista diventa parte. (Wenger, 1998) Nelle comunità di pratica i membri costruiscono la conoscenza, attraverso l’uso e la creazione di strumenti fisici e non fisici detti anche artefatti. Gli artefatti sono componenti fondamentali della cultura che guidando la crescita della mente umana, organizzano l’ attenzione e l’ azione degli individui nella realtà. Gli artefatti sono costituiti sia da una parte materiale e immateriale, entrambi visibili a seconda del punto di vista da cui ci si pone per guardarli. (Mantovani, 2004) "Gli artefatti culturali sono ideali e materiali nello stesso tempo. Sono ideali nel senso che contengono in forma codificata le interazioni di cui erano parte in precedenza e che ora mediano nel presente. Sono materiali per il fatto che sono incorporati in artefatti" (Cole, 1995). Le funzioni della cultura. La prima funzione della cultura: mediazione La mente di ciascun individuo opera all’interno di un contesto storico- culturale determinato, caratterizzato da una varietà di oggetti e persone, di relazioni tra persone e istituzioni sociali, in continuo cambiamento. In tali situazioni, la mente modifica il suo meccanismo in relazione allo specifico mezzo con cui si trova ad interagire;inoltre, una volta inserita nella rete già costruita di oggetti, relazioni e istituzioni sociali, la mente ne modifica la struttura e il funzionamento, assumendo un ruolo attivo nel contesto sociale in cui si trova ad interagire. Vygotskij ha sottolineato l’importanza degli artefatti e delle attività in generale per lo sviluppo del pensiero e delle abilità umane. Da un lato l’attività umana si serve degli artefatti come mezzi per realizzare i propri scopi, dall’altro però è vincolata agli stessi medesimi , come strumenti per raggiungere questi obiettivi. Il cieco esplora la strada con il suo bastone , il quale funziona da canale lungo il quale corrono le informazioni di cui egli ha bisogno per camminare in strada. In un certo senso tutti gli individui sono ciechi che esplorano la realtà attraverso 25 l’uso di strumenti o artefatti, attraverso i quali si conosce la realtà e si agisce nel mondo. L’incorporazione degli artefatti nell’attività umana crea una nuova relazione fra l’organismo e l’ambiente , nella quale il “naturale” e il “culturale” operano in modo sinergico. Gli artefatti che guidano l’attività cognitiva nel suo adattamento all’ambiente sono molteplici, il più importante è il linguaggio, inteso come conversazione , discorso, narrazione. Vi è poi la categorizzazione, che interviene nella mediazione dell’attività cognitiva. Quest’ultima procede attribuendo gli oggetti e le esperienze a particolari categorie che hanno un significato non solo linguistico, ma anche sociale. Dunque la categorizzazione ordina la realtà e permette di distinguere tra cibi puri e cibi impuri, tra matrimoni permessi e vietati, organizzando gli spazi , i tempi, le persone e le loro azioni. Gli agenti percorrono questi sistemi di categoria usandoli e all’occorrenza forzandoli , in ogni caso riformulandoli per applicarli ai contesti che si trovano di fronte. Un terzo strumento che media l’attività cognitiva è la metafora: essa attribuisce a qualcosa di cui si sta parlando , che è detto “bersaglio” della metafora, una proprietà detta “origine”, che appartiene ad un diverso dominio della realtà. Ad esempio nell’ espressione “Roberto è un orso”, “Roberto” è il bersaglio, mentre “orso” è l’origine della metafora. Le metafore servono per inquadrare delle situazioni complesse con cui ci si confronta, percependole attraverso un determinato ordine culturale. Stabilendo un ponte fra due opposti argini della realtà, la metafora collega e assegna oggetti a categorie. La seconda funzione della cultura: produzione di senso Come abbiamo visto precedentemente, la mediazione dirige ed organizza le conoscenze umane categorizzandole in determinati quadri di riferimento; differenti punti di vista culturali corrispondono a diversi quadri di riferimento e 26 quindi a diversi criteri classificatori, che danno rilevanza, senso di realtà e significato ad alcuni aspetti piuttosto che ad altri. Nei decenni passati, il determinismo economico rappresentava una struttura portante della nostra società, pertanto era una dimensione che oltre ad influenzare lo sviluppo e la circolazione di idee, organizzava e controllava le sfere della società. Ora, nonostante la dimensione economica sia ancora rilevante, non ha un potere assoluto sugli altri aspetti della realtà, attualmente si comprende che molti processi dipendono dal contesto culturale di riferimento in cui si verificano. La realtà sociale diventa dunque un luogo di produzione di senso. Uno dei modi attraverso cui si dà senso alla realtà (il sostantivo è sensemaking) è dato dall’ analogia, uno strumento attraverso il quale si costruisce un ponte di corrispondenze fra due diversi domini, ma somiglianti domini della realtà. Costruire questo ponte può aiutare le persone a comprendere meglio un dominio della realtà sconosciuto, che viene affiancato ad un altro di cui si padroneggiano già delle conoscenze. I legami che costituiscono il ponte- analogia sono di solito strutturali e simbolici piuttosto che fisici. La rete strutturale di una cultura è intessuta di nessi analogici che uniscono gli individui in gruppi sociali, tali nessi sono dati da una storia comune, credenze e modi di sentire condivisi. Questi sono i legami attraverso i quali i membri di un gruppo sociale comunicano fra loro, utilizzando riti, cerimonie, conversazioni, storie simboliche; gli eventi e le esperienze che sono attraversati da tali analogie ricevono significati che li trascendono. Un’ altra importante funzione che svolge la produzione di senso è quella di rendere gli individui consapevoli della collocazione che essi occupano nell’ordine delle cose. Per gli Aztechi la chiave di questo ordine era costituita dal tempo, laddove il tempo mitico svolgeva una forte influenza su quello umano; solo i contatori del sole potevano agire sia sulle manifestazioni divine che sulle attività umane, agendo su forze che gli altri percepivano come appartenenti a due diversi domini della realtà, ma che egli considerava un'unica realtà, in quanto non percepiva differenza e quindi necessità di utilizzare l’analogia come 27 ponte di unione fra due differenti fronti del reale. La rete di analogie che intesse una cultura non è una sommatoria di prospettive singole, bensì rappresenta uno stato delle cose divine e umane condiviso da intere e vaste comunità. Il senso delle cose è trasmesso, all’interno di una comunità, mediante il linguaggio. Il linguaggio in quanto strumento di mediazione conferisce griglie interpretative e definisce i confini della realtà a cui viene dunque dato un senso. Un esempio di ciò si ebbe nell’incontro fra la cultura spagnola cattolica e quella degli Indios, durante il periodo delle conquiste: gli Indios interpretarono l’irrompere della nuova cultura e gli spagnoli, suoi rappresentanti, come i mostri del loro Apocalisse; d’altra parte i conquistadores interpretarono le divinità indigene come una rappresentazione del loro Satana. Le distanze tra le due culture erano enormi da ogni punto di vista: l’evangelizzazione era impossibile da attuarsi a causa dell’ inesistenza nel linguaggio indigeno di parole che corrispondessero o si potessero approssimare ai concetti della religione cattolica. I confini stessi della realtà erano diversi fra le due culture, la chiesa non riconosceva come appartenenti ai domini della realtà il sogno o gli stati alterati di coscienza indotti dalle sostanze allucinogene, mentre per gli Indios avevano un ruolo fondamentale nella loro vita sociale e privata. Dunque le reti di senso che le culture costruiscono sono mappe interpretative che privilegiano taluni aspetti della realtà ad altri; le mappe possono essere cambiate e integrate a seconda delle esigenze che gli individui incontrano nel loro presente. La terza funzione della cultura: fornire alle persone modelli morali La terza funzione della cultura è quella di fornire alle persone dei modelli morali utili a capire le esperienze presenti e a direzionarsi ai propri obiettivi futuri.I criteri morali direzionano le persone a comprendere e valutare ciò che vogliono e come raggiungerlo, conferiscono valori e principi da rispettare e ricercare. Il repertorio delle possibili situazioni che un individuo può incontrare non viene totalmente fornito dalla cultura di appartenenza, pertanto è necessario che la 28 persona, in una società mutevole e imprevedibile, faccia tesoro delle proprie capacità di improvvisare . I modelli morali non sono mai dati come rigidi e inamovibili, al contrario vengono continuamente messi in discussione da problemi di interpretazione e di categorizzazione di nuove esperienze e realtà in quadri formulati in tempi e contesti diversi. Ne consegue che la presa di posizione in campo morale è molto complessa e richiede continue rivisitazioni e messe in discussione. ( Mantovani, 1998. Mantovani, 2004) Specificità interculturali nelle adozioni internazionali “L’individuo nasce e cresce in una cultura “locale” , una specie di microsistema , all’interno di una versione ufficiale della cultura del suo popolo. In questa versione ufficiale ci possono essere svariate culture locali impersonificate da altri individui o comunità. Il punto essenziale è che , nel momento in cui egli entra in contatto con questa cultura ufficiale , o con altre culture locali, è costretto a negoziare questa diversità. Ciò lo porta a condividere alcuni significati, ma non tutti.” (Smorti, 2002) Come si evince dalla citazione precedente, la psicologia culturale considera l’individuo un attivo costruttore di azioni e significati in riferimento al contesto in cui è inserito. Se si guarda l’adozione internazionale attraverso la lente della “negoziazione dei significati”, si possono leggere i processi di interazione fra mondi culturali differenti (rappresentati dal bambino e dalla famiglia adottiva), non perdendo mai di vista la complessità del reale in ogni sua manifestazione. La famiglia come artefatto sociale “La famiglia è in effetti una finzione , un artefatto sociale, un’ illusione nel senso più comune del termine, ma un’ illusione ben costituita, perché, essendo prodotta e riprodotta con la garanzia dello stato, essa riceve dallo stato in ogni momento il senso per esistere e persistere”. ( Bourdieu, 1998) Già da tempo, nel nostro paese come in molti altri Europei, si discute la 29 complessa questione di ciò che si debba riconoscere sotto il nome di “famiglia”; nonostante i cambiamenti culturali in atto, le istituzioni della chiesa e dello stato, continuano a riconoscere la famiglia come una pietra miliare della società, un’ istituzione stabile e duratura, basata sul matrimonio e sui legami parentali e soprattutto sulla consanguineità di coloro che ne fanno parte. Negli ultimi anni, gli attori sociali, si stanno inventando nuove forme di aggregazione alternative a ciò che nel senso comune si intende per famiglia. Il processo di costruzione identitaria della famiglia adottiva, mette a nudo le strategie atte a creare un certo modello di organizzazione familiare, riconosciuto e atteso dallo Stato, le istituzioni e gli enti sociali che legittimano la categoria famiglia come un dato di fatto, nascondendone il carattere fittizio di artefatto sociale. La famiglia adottiva infatti, nonostante sia giuridicamente riconosciuta come categoria sociale, è pubblicamente indicata come costruita socialmente, dunque fittizia, dalla gente comune e dagli stessi attori sociali che si arrogano il diritto di produrla attraverso paradigmi discorsivi di inclusione ed esclusione. (Di Silvio, 2008) Il percorso adottivo ha lo scopo di consacrare, come fosse un rito, il passaggio da uno status sociale determinato, quello di coppia sterile a quello altrettanto determinato di famiglia adottiva come categoria sociale riconosciuta. Il corpo della coppia e il corpo del bambino rappresentano i luoghi fisici in cui avviene l’adozione. Il corpo della coppia, infecondo e vuoto dal punto di vista generativo , è anche motivo di disagio sociale, dal momento in cui la coppia non si può realizzare nei rapporti e dunque anche dal punto di vista identitario. Sul corpo del bambino intervengono le pratiche di adozione internazionale, affinchè sia “purificato” dalle precedenti relazioni parentali , rendendolo corpo de-socializzato e de- storicizzato, in modo che possa realizzarsi l’apparentamento così come è inteso dalla norma adottiva occidentale. (Di Silvio, 2008) In Occidente, la distinzione fra parentela biologica e adottiva (o sociale) ha radicalmente eletto la supremazia della relazione genetica, dove il potere del 30 legame di sangue pone un contrasto fra il tema delle origini e quello dell’adozione. Al contrario, in molte altre società (vedi la popolazione Masaai del Kenya) , l’adozione non solo è vista come una pratica comune , ma talvolta è persino considerata preferibile per l’allevamento dei bambini. In queste società la famiglia assume significati plurimi, le genitorialità biologica e sociale tendono a partecipare in parallelo alla guida dell’individuo nella sua costruzione identitaria di soggetto sociale complesso. (Bowie,2004) In molte culture non esiste un nucleo-famiglia, rigidamente definibile in base a dei confini precisi, c’è piuttosto una complessa rete di interazioni sociali, per cui l’adozione non è tanto una relazione sostitutiva, ma aggiuntiva, fondata sul concetto di parentela multipla ( Bowie,2004). In Occidente, l’adozione rappresenta una modalità relazionale esclusiva, nonché, spesso una seconda scelta rispetto alla genitura biologica, ciò determina una considerazione sociale inferiore dei bambini adottati, relazioni impari fra la coppia d’origine e quella adottiva, rotture nella narrazione biografica dei bambini e pregiudizio sociale nei confronti della famiglia adottante, d’origine e del bambino. Al contrario, tra i gruppi sociali dei Maasai, l’adozione è considerata pratica comune, visibile e reversibile e i bambini adottati sono tenuti in alta considerazione da parte della comunità. In tali sistemi i genitori sociali hanno un gran prestigio in quanto si ritiene molto più importante educare i bambini piuttosto che generarli. (Talle, 2004, in Bowie) Così come il concetto di famiglia sociale è un artefatto culturalmente dato; allo stesso modo le teorie relative al “trauma dell’ abbandono” non possono essere ascritte all’azione di un principio universale, bensì agli effetti di fenomeni psicologici connotati storicamente e culturalmente. (Bowie, 2004) In Occidente, l’identità della famiglia adottiva si costruisce soprattutto intorno al processo di ricerca di pienezza della coppia. Nonostante gli aspetti giuridici dell’ adozione siano molto articolati, l’identità familiare è in realtà ben più complessa e articolata. A tal proposito i discorsi trattati in Occidente, favoriscono un’ immagine parziale delle relazioni sociali relative all’ adozione, dell’ idoneità della famiglia aspirante e della disponibilità di alcune categorie di bambini. Quel che 31 succede in realtà è che l’ identità familiare e del singolo è il prodotto di una costruzione relazionale e contestuale. L’individuo si trova in un ampio campo sociale in cui continuamente negozia, condivide e contesta in modo dialogico la storia, la memoria, i desideri, le paure, le relazioni affettive, i diritti, le responsabilità. Nelle pratiche discorsive Occidentali, la costruzione dell’ identità è fortemente legata al passato e alle origini, per tanto è necessario sapere da dove si viene e quali siano le origini per sapere chi si è e dove si vuole andare. Da cui, la questione molto dibattuta sul “segreto delle origini”. (Di Silvio, 2008) L’ adozione come processo di filiazione sociale può anche essere intesa come un rito. Laddove con rito si intende un insieme di atti che permettono di dare ordine al disordine, comprensione all’incomprensibile, fornendo così agli attori sociali i mezzi per dominare il male , il tempo, le relazioni sociali, mezzi che sono resi manifesti e fruibili dalla dimensione simbolica del rito, ovvero dalla presenza di un linguaggio efficace che agisce direttamente sulla realtà sociale. (Segalen,2002 ) Un rito o azione sociale che sia, non può avere un senso prestabilito, che cambia invece a seconda di ciò che lo precede e lo segue, così come gli elementi di cui è costituito il rituale dovranno essere considerati “elementi dell’insieme nei suoi rapporti con tutti gli altri elementi”. (Van Gennep, 1974) I riti di passaggio sono stati definiti da Van Gennep come “riti della porta” e fanno riferimento a tutti quei fatti sociali che indicano il passaggio da una condizione ad un’ altra: matrimonio, gravidanza, incoronazione , funerali, ... e adozione. (Van Gennep, 1974). Nel caso specifico dell’adozione internazionale, le coppie che sono incorse nel disordine dell’ infertilità , cercano un’ azione sociale riparatoria che nonostante si svolga sul piano individuale, comporta la partecipazione di vari attori sociali. Il fine è quello di riportare l’ individuo all’ interno di un’ armonia sociale , mediante l’uso di linguaggi simbolici incorporati che agiscono con la loro specifica produzione di senso. L’episodio rituale si consacra nei tre stadi, attraverso cui legittima la sua 32 differenza con l’esterno e la similitudine con chi ne condivide i simboli. Il primo stadio è quello della separazione, che comincia con la percezione di essere diversi dalle altre coppie generative o comunque fertili e si può protrarre fin dopo l’arrivo del bambino (secondo stadio) con la paura o la sensazione di essere famiglie al margine o comunque diverse rispetto a ciò che impone la morale sociale. Lo stadio di aggregazione è rappresentato dalla ricerca delle famiglie adottive di riconoscere ed esprimere sentimenti ed esperienze del percorso adottivo con persone che condividano la loro storia, in tal modo gli individui riuniti possono esprimersi in atti comuni simbolicamente significativi e condivisi. Le famiglie adottive affermano la loro identità sociale, semplicemente agendo socialmente attraverso l’utilizzo di simbologie familiari classiche.(Di Silvio, 2008) La lingua di adozione Il linguaggio in quanto artefatto per antonomasia, svolge un importante ruolo di mediazione: nell’interagire quotidiano fra persone che si conoscono o meno, fra gli individui e le istituzioni, il parlare in quanto azione sociale ha un ruolo fondamentale nella costruzione della realtà. “Il parlare è inteso come un’ attività che ha conseguenze per chi vi partecipa. Per questo il parlare -un tipo particolare e al tempo stesso fondamentale di linguaggio- è elemento costitutivo primario dell’ agentività umana, ovvero del nostro fare e disfare del mondo”. (Duranti, 2003) Il linguaggio in quanto pratica sociale, svolge la funzione di stabilizzare, organizzare e delimitare le quotidiane esperienze, aiutandoci ad attribuirvi unità, coerenza e significato. Attraverso la narratività , l’uomo può connettere presente , passato e futuro. L’individuo attinge dalle esperienze e dalle categorie linguistiche già conosciute per dare senso alle nuove e per dare una sensazione di coerenza al suo io. Il raccontarsi si muove anche nella direzione futura, anticipando , progettando e inventando. Bateson spiega il concetto della mediazione tramite artefatti, attraverso l’immagine esplicativa di un cieco che usa un bastone per orientarsi nel mondo. 33 “Per camminare devo toccare le cose: tap, tap, tap. In quale punto del bastone incomincio io? Il mio sistema mentale finisce all’impugnatura del bastone? O finisce dove finisce la mia pelle? Incomincia a metà del bastone? Oppure sulla punta?” (Bateson, 1972) Il linguaggio, come il bastone, dirige la conoscenza dell’ uomo offrendo categorie semantiche, dunque risorse pregresse di conoscenza che possono essere continuamente arricchite; allo stesso tempo le parole e le regole sulla base delle quali si organizzano, rappresentano anche un margine alla possibilità di conoscenza. Nel caso dei bambini adottati, l’incapacità di utilizzare (almeno nei primi mesi di adozione) il nuovo linguaggio, è motivo di difficoltà. Non poter parlare o poterlo fare solo limitatamente genera frustrazione e impotenza, per non poter conoscere, non poter scambiare, non poter comunicare o anche solo esprimere dei bisogni basilari. Nel caso dell’ adozione internazionale, il bambino abbandona i suoi vecchi artefatti per aderire ai nuovi, quelli dei genitori, di cui essi stessi si fanno portavoce ed espressione svolgendo il ruolo di mediazione fra il bambino e la nuova cultura. L’abbandono, o come si direbbe assecondando un lessico psicodinamico, la rimozione totale della lingua di origine, ha una pluralità di significati per gli attori che prendono parte al processo adottivo. Per il bambino che arriva in adozione internazionale ad un’ età prescolare o scolare, imparare in fretta la nuova lingua significa adattarsi al nuovo sistema in cui è stato inserito; significa integrarsi e rendersi quanto più simile al nuovo contesto sociale e familiare; significa rendersi simile ai genitori adottivi; significa accondiscendere al desiderio implicito dei nuovi genitori “che il bambino sia il più vicino possibile a quello del loro immaginario”; significa , talvolta, anche dimenticare un passato doloroso o troppo diverso da quello attuale. Dal diario di una madre adottiva di due bambini di origine Etiope, emergono interessanti riflessioni a proposito della lingua madre e dell’apprendimento dell’italiano: la madre propone ai bambini uno scambio equo in cui lei insegni 34 loro l’italiano e loro facciano lo stesso con l’ amharico. “Comincia il gioco delle parole : ti insegno l’italiano, mi insegni l’amharico. Sorride, è d’accordo, gli piacciono le situazioni di parità” (Marasco, 2008). Le situazioni di parità sono i luoghi di scambio in cui il linguaggio diventa azione e la diversità idiomatica non rappresenta un limite in cospetto al desiderio di comunicazione che scorre fra una madre e un figlio. Scambiare significati e significanti è un atto di condivisione sociale e intimo al tempo stesso, se si considera il linguaggio come un artefatto che media fra il mondo interiore e quello fisico. L’apprendimento della lingua di adozione è quindi un aspetto complesso dal punto di vista cognitivo, affettivo e sociale. Marasco spiega con una vivida immagine il modo in cui suo figlio le ha consegnato la sua lingua madre : “Mi consegna la sua lingua madre prima di abbandonarla. Tila ha quasi quattro anni, vivrà tutta la sua vita lontano dall’ Etiopia, è in un paese che diventerà il suo, ha una famiglia che diventerà la sua, una madre che diventerà sua madre. Tutto questo avverrà profondamente solo se lui vorrà. Sento che lui, anche se è molto piccolo, intuisce ciò che sta accadendo e asseconda questa trasformazione. Deve abbandonare per poter essere pienamente , per poter prendere ciò di cui ha bisogno. Abbandonare senza tradire , perciò prima di accettare la mia lingua come una nuova lingua madre, mi insegna, come può, la lingua di sua madre.” La questione del mantenimento o meno della prima lingua (quella di provenienza) manifesta una prospettiva ambiziosa dal punto di vista interculturale, laddove la lingua d’origine venga considerata una risorsa culturale da garantire ai bambini adottivi. Il fatto è che solo una “capacità di sistema” di valorizzare pienamente una biodiversità culturale e un pluralismo linguistico può garantire che non si incorrano rischi sociali, quali: la possibilità di trasformare il bambino nella rappresentanza museale di una cultura che non senta più sua; l’ostilità degli autoctoni che prediligerebbero un’ assimilazione del bambino alla nuova cultura; una mera accentuazione delle differenze. 35 La pluralità delle lingue e dei registri linguistici, al di là del caso specifico della filiazione sociale, andrebbe pensata in rapporto all’ importanza qualitativa che tale pluralità apporterebbe all’ organizzazione sociale e alla natura delle relazioni di convivenza. (Brandalise, 2008) Conclusioni Valorizzazione o svalorizzazione delle differenze? L’ interculturalità riconosce le diverse culture, appartenenze ed identità, purchè si tenga sempre in considerazione che non esistono realtà omogenee, ma spazi di scambio, risorse per l’azione e narrazioni condivise. Ciò che si definisce come identità comune , perde di valore nel momento stesso in cui si cerca di darne una interpretazione o si cerca di definirla attraverso l’elencazione di una molteplicità di appartenenze, politiche, professionali, educative, familiari, ... Il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze culturali nel bambino in adozione internazionale, sono estremamente significative nella costruzione dell’ identità individuale, familiare e sociale. I genitori dei bambini , spesso, nonostante abbiano colto pienamente le diversità fenotipiche del proprio figlio, non hanno ancora consapevolezza di quanto gli elementi somatici e culturali siano i mattoni fondamentali costitutivi della sua identità. Le modalità con cui i genitori tendono a rapportarsi a questo tema sono opposte e ambivalenti. Da un lato ci sono delle attitudini assimilanti in cui si negano le differenze, qualunque sia il paese di provenienza del bambino: solitamente è poi il contesto sociale a riproporle anche pesantemente, sottoforma di episodi di discriminazione razziale o pregiudizio. D’ altro canto ci sono i genitori che accentuano le differenze , ma riducendole agli aspetti più stereotipici e folkoristici : si appendono le bandiere del paese; si cucinano i piatti etnici; si ascolta una musica particolare e tipica del paese di provenienza. Oltre a tali questioni quotidiane, il bambino in adozione internazionale ha la necessità di immaginarsi e proiettarsi nel futuro come qualsiasi altro bambino, con la differenza che fa l’esperienza di vivere e crescere lontano dal suo paese 36 di origine e con genitori che provengono da un’ altra cultura. Il modo in cui i bambini si proiettano nel futuro e si immaginano adulti avviene attraverso i genitori, ma per un bambino di diversa origine culturale la proiezione è resa difficile dal fatto che la famiglia non può essere uno specchio delle sue origini. Per questo è estremamente importante che un bambino proveniente dall’ adozione internazionale abbia la possibilità di conoscere il prima possibile le sue origini, vederle normali e lecite e crescere in un contesto in cui la diversità etnica e culturale non sia vista come portatrice di disvalore, bensì come una condizione comune a molte altre persone, nonché come un potenziale arricchimento sociale. E’ di rilevante importanza la disponibilità con la quale la famiglia adottiva si rapporterà, non solo agli individui della comunità di origine del figlio, ma anche ad altre persone che provengono da diversi contesti geografici, diverse situazioni sociali e culturali. In un contesto familiare aperto e comprensivo alle diverse culture e abitudini, il bambino adottivo stesso potrà vivere positivamente la sua “diversità”, accettando il valore delle sue origini. Non basta, in sostanza , valorizzare i diversi tratti somatici o culturali, accentuando e stereotipando la differenza, se poi la realtà è un gigantesco collage. La questione della rimozione delle origini è più frequente nei bambini che non hanno particolari differenze somatiche con i genitori (ad esempio nel caso di adozioni internazionali fra Italia ed Europa dell’est); in questi casi la famiglia in cui il bambino viene inserito cade nella facile tentazione di assimilazione culturale. (Ferritti, 2008) Nel saggio “Lingue madri, lingue padri. Ricerche e azioni per il multilinguismo”, Brandalise affronta la questione di quanto sia importante dimensionare il mondo culturale e l’atmosfera linguistica del contesto di provenienza dei migranti: “Considerare la cultura d’origine come un rispettoso memoriale di un passato ormai remoto o come una componente attiva in una costante transizione con il presente? “(Branadalise, 2008) 37 Lo stesso discorso può essere fatto per i bambini in adozione internazionale, piccoli soggetti/ oggetti di una “migrazione silenziosa”. Perché le origini del bambino possano divenire parte della sua costruzione identitaria è necessario che si crei un ponte continuo e biunivoco fra presente e passato, in modo tale che venga reso attuale e parte dell’ esperienza presente ciò che è origine e provenienza. E’ importante riconoscere che si possono dare per lo stesso individuo e per gli stessi gruppi di persone più identità e questo non deve necessariamente comportare delle dissociazioni o dei tagli esclusivi dal punto di vista psicologico e culturale. Dovrebbe piuttosto essere un arricchimento per la concezione di un società accogliente e capace di migliorarsi proprio perché capace anche di comprendere realisticamente l’attuale modo in cui si configura la quotidianità: un continuo scambio fra mondi. L’ esperienza dell’ identità plurima non si può ricondurre esclusivamente al migrante, ma riflette una situazione in cui si trovano, essenzialmente anche i più stanziali, come il cosiddetto “italiano da sempre”, che si ritrova scomposto in figure che assumono entità distinte, affidate a logiche che non sembrano orientate a ricomporre semplicisticamente l’unità. (Brandalise, 2008) Tale concezione culturale di persona si può ritrovare anche in quello che Geertz definisce come il “concetto occidentale di persona”, secondo l’autore , nella tradizione occidentale la persona è concepita come un unico e delimitato universo più o meno integrato, organizzato in una totalità a se stante , posta a confronto o a contrasto sia con le altre analoghe totalità , sia con lo sfondo sociale e naturale. Americani ed Europei tendono a considerare se stessi come qualcosa di unico, delimitato nello spazio e nel tempo come un’ unità, tale unità può essere definita indipendente dalle altre unità. Queste vivono insieme , ma non una dentro l’altra. Inoltre pur essendo formate ciascuna da parti, le parti sono altamente integrate. (Geertz, 1983) Riguardo al concetto di identità plurime, Amin Maalouf, parlando delle sue “molteplici appartenenze” ammette che è proprio grazie a ciascuna delle sue appartenenze , prese separatamente, che ha una certa parentela con un gran 38 numero dei suoi simili; grazie agli stessi criteri, presi tutti insieme , ammette invece di avere la sua identità personale, che non si confonde con nessun altra. L’identità non è dunque data una volta per tutte, ma si costruisce e si trasforma durante tutta l’esistenza; sesso e colore della pelle sono caratteristiche innate , ma nascere donna a Kabul o a Londra è differente. “Quando un bambino nasce in un paese per poi abbandonarlo e crescere in un altro, non è subito se stesso, non si limita a prendere coscienza di ciò che è , diventa ciò che è, non si limita a prendere coscienza della propria identità, ma la acquisisce passo dopo passo.” (Maalouf, 1999) Chi, grazie all’esperienza individuale, concepisce l’identità plurima come la risultante di molteplici appartenenze, alcune legate ad una storia etnica o ad una tradizione religiosa, altre legate ad un’ origine che è diversa dal percorso successivo, ha una visione più ampia dei rapporti con gli altri. Non si tratta semplicemente di un “noi” e di un “loro”, perché nel “noi” magari ci sono persone con cui ha pochissimo in comune e nel “loro” si trovano invece persone estremamente vicine. (Maalouf, 1999) BIBLIOGRAFIA Adone Brandalise,( 2008) , in Mediazione cultuale a cura di G. Mantovani Almond/Genko (1977), Clouds, Clocks and the Study of Politics, in “World Politics” Bachtin, M.M. (1981), The dialogic imagination, Austin, TX, The University of Texas Press. Bateson, (1972) “Steps to an ecology of mind” Bourdieu, (1998), “Pratical Reason” Bowie (2004) Cross- cultural approaches to adoption Cavallo M., (2004), “Per una famiglia adottiva. Informazioni per le famiglie interessate all’adozione internazionale”, CAI Cole M. , (1996) “Cultural psychology. A once and future discipline” Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale, Aja 29 maggio 1993 39 Convenzione sui diritti del fanciullo, (1989) New York D.Davis, (1995) ,“Capitalising in adoption” Di Gianantonio E. , (2005) “Procreazione assistita”, in Regione veneto, ulss 16 di Padova Di Luigi Fadiga, (2002), “Verso nuovi modelle di genitorialità sociale. 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